Pubblicato su Elettronica Flash

LETTERA APERTA AD ALESSIO ORTONA, PRESIDENTE DELL'ARI

Caro Presidente, ormai ti saranno giunte le mie dimissioni da consigliere dell'ARI e sarai stato informato delle mie dimissioni da consigliere dell'Ediradio S.r.l. Avrei voluto spiegare ai Soci le diverse motivazioni di queste due decisioni, gravissime e sofferte, chiedendone la pubblicazione su "Radio Rivista": non l'ho fatto perche' ho gia' dovuto sperimentare di persona quale tipo di censura l'organo ufficiale dell'ARI attui con il tuo consenso.
Siccome ritengo comunque di doverle spiegare ai Soci, approfitto della cortese ospitalita' di "Elettronica Flash", certo che su queste pagine non ci saranno Vice Presidenti dell'ARI a commentare, diluire, falsare, offendere, soffocare e stravolgere il senso del mio messaggio, come e' successo in marzo quando "Radio Rivista" ha pubblicato la mia lettera di dimissioni dalla carica di vice segretario generale.

1) MI DIMETTO DA CONSIGLIERE DELL'ARI : IN PRIMO LUOGO PERCHE' VALUTO ILLEGITTIME NUMEROSE MODALITA' DI ATTUAZIONE DELLO STATUTO PROMOSSE E/O AVALLATE DAL CONSIGLIO DIRETTIVO.
L'ARI non e' piu' dei Soci e cio' e' avvenuto a causa del comportamento tenuto finora dai diversi Consigli Direttivi succedutisi a partire da quel 24 novembre 1977 in cui fu firmato il Decreto del Presidente della Repubblica numero 1105 che approvava e dava valore di Legge allo Statuto attuale in sostituzione di quello originario del 1927.
Inizio' allora quel processo degenerativo che ha portato l'ARI ad avere oggi sue proprie "leggi", assai diverse da quelle Leggi dello Stato che sono volte a garantire il diritto pubblico e privato. E' un tema complesso e, non essendo tutti i Soci preparati ad affrontarlo e comprenderlo, devo scendere nei dettagli.
Innanzi tutto, cos'e' una "associazione" ?
Un autorevole giurista, il Galgano (Delle associazioni non riconosciute e dei comitati, Zanichelli 1976, pag.11), dice che "si e' in presenza di un fenomeno associativo solo la' dove la collettivita' organizzata prende vita da un atto di autonomia contrattuale": nel nostro caso il fenomeno associativo e' l'ARI, la collettivita' organizzata sono i Radioamatori suoi Soci e l'atto di autonomia contrattuale e' lo Statuto dell'ARI.
Fin qui niente da eccepire; ma andiamo avanti.
Quali sono gli scopi di una "associazione" ?
Dicono altri due giuristi, Propersi e Rossi (Manuale degli enti non commerciali, Pirola 1987, pag.11): "lo scopo dell'associazione, diversamente da quello della societa' [avente fine di lucro, n.d.r.], e' quello di soddisfare i bisogni di natura ideale, o comunque non economica, dei propri Soci".
Anche se di cio' lo Statuto dell'ARI (Art.3) non fa parola, questo scopo primario e' quindi implicito nella sua stessa natura associativa: non si puo' certo pensare che l'ARI possa considerarsi estranea alle norme giuridiche italiane.
Invece e' proprio questo che accade: non e' forse un modo piuttosto strano di soddisfare i bisogni di natura ideale di un Socio quello di sottoporre a censura (Art.11.5 del Regolamento di attuazione dello Statuto) le sue idee e le sue proposte ?
Comincia quindi a profilarsi una prima distorsione nella gestione dell'ARI che porta ad una divergenza fra "leggi" dell'ARI e Leggi dello Stato.
Ma comunque proseguiamo.
Quali sono gli organi che governano una "associazione" ?
Gli stessi giuristi affermano (op.cit., pag. 16) che "l'organizzazione dell'associazione puo' variare sensibilmente a seconda del tipo" ma che "due organi devono necessariamente essere presenti in ogni associazione: l'assemblea e gli amministratori". Mentre alla prima - definita "organo sovrano" (op.cit., pag.16) - spetta il pieno potere di governo, ai secondi - nella fattispecie al Consiglio Direttivo dell'ARI - spetta solo il compito di attuarlo.
Lo Statuto dell'ARI non prevede una Assemblea dei Soci ma cio' potrebbe essere poco rilevante perche' (op.cit., pag. 17) "...spesso si verifica nella prassi, specialmente nelle associazioni con un alto numero di Soci, che l'assemblea non sia formata dalla collettivita' degli associati ma da delegati eletti da assemblee parziali dei Soci".
Lo Statuto dell'ARI (Art.18) afferma in proposito che l'Assemblea Ordinaria e' composta da due delegati per ogni regione; anche se niente prescrive circa la procedura da seguire per la loro elezione, il principio da seguire non puo' essere diverso da quello sopra evidenziato.
Invece avviene che questi, anziche' essere eletti, vengano scelti e nominati dai Comitati Regionali che non avrebbero viceversa neppure il diritto di ratificare una elezione che provenisse da quella vera consultazione assembelare regionale che l'ordinamento giuridico prescrive alle "associazioni".
Dunque i Comitati Regionali - che non si e' saputo o voluto far crescere e che quindi, allo stato attuale delle cose, sono dei meri organi esecutivi al pari delle Sezioni sulle quali hanno giurisdizione - nominano dei delegati privi di ogni legittimazione a rappresentare i Soci nell'Assemblea Ordinaria.
Come puoi vedere, ma gia' sai, le divergenze fra le "leggi" dell'ARI e le Leggi dello Stato si profilano in modo talmente marcato da rendere inoperante la natura associativa dell'ARI.
Infatti, in questo "regno dell'arbitrio", si e' venuta a disattendere la norma che sancisce il potere primario dei Soci nei confronti della "associazione" e cio' rende l'Assemblea Ordinaria illegalmente costituita - tutte quelle finora tenutesi e tutte quelle future - e conseguentemente ogni suo atto e' assolutamente NULLO.
Ma non termina qui la incredibile realta' attuale dell'ARI: anche l'organo amministrativo voluto dalla Legge, il Consiglio Direttivo, e' illegalmente eletto !
Infatti non solo la sua elezione avviene per effetto di una delibera assembleare nulla ma, per di piu', si svolgono con il sistema del referendum postale, procedura illegittima.
In una "associazione", infatti, l'elezione per referendum postale del Consiglio Direttivo e' esplicitamente rifiutata: i giuristi (op.cit., pag.17) dicono in merito che "non e' possibile che lo Statuto sostistuisca al metodo assembleare, della riunione collegiale dei Soci, il metodo del referendum oppure quello del voto per corrispondenza". La cosa ha del ridicolo se si pensa che anche lo Statuto fu votato... per corrispondenza.
In considerazione di quanto sopra, ogni delibera del Consiglio Direttivo e' NULLA.
Ma non basta ancora: l'ARI ha illegalmente privato del diritto di voto i Soci aderenti all'ARI Radio Club; illegalmente, perche' il Consiglio di Stato (pareri del 20/10/58 e del 17/5/60, gia' espressi quindi al momento della approvazione dello Statuto) ha deciso che "se e' possibile prevedere contribuzioni differenziate fra i Soci in base al loro raggruppamento in categorie diverse, non e' pero' ammissibile che si creino fra gli stessi Soci disuguaglianze in merito a diritti di tipo amministrativo, prevedendo ad esempio che solo determinate categorie di Soci godano del diritto di voto..." (op.cit., pag 19).
Non puoi proprio negare che le "leggi" dell'ARI si mostrino piu' lontane che mai dalle Leggi dello Stato e credo dunque di poter concludere , senza ombra di dubbio, che la legalita' e la trasparenza sono nell'ARI attuale cose ben poco considerate, nonostante le mie reiterate richieste e la presenza di un Vice Presidente che di professione e'... avvocato !

2) MI DIMETTO DA CONSIGLIERE DELL'ARI: IN SECONDO LUOGO PERCHE' RIFIUTO DI AVALLARE IL "GRUPPO DI POTERE" CHE SI E' VENUTO A COSTITUIRE NEL CONSIGLIO DIRETTIVO.
Chi trae profitto da questa situazione di illegalita' ?
In un'ARI non gestita dai Soci e' un "gruppo di potere", stabile nel tempo da anni, a compiere (o a non compiere) azioni e ad utilizzare il patrimonio sociale.
Ovvio che questo "gruppo di potere" sia formato dalla maggioranza, concorde od omertosa, dei suoi amministratori centrali, ossia dei 9 componenti il Consiglio Direttivo, vera padrona della situazione.
Questo "gruppo di potere" e' riuscito e riesce, con i suoi atti e con le sue omissioni, a garantirsi la sopravvivenza ad oltranza, attuando lo Statuto - gia' di per se stesso ricco di svarioni, manchevolezze ed illegittimita' - in modo da escludere i Soci dalla gestione strategica ed operativa dell'ARI.
Infatti questi, non avendo alcuna possibilita' di riunirsi in Assemblea (o di inviare all'Assemblea Ordinaria annuale loro delegati, eletti con le modalita' prescritte dalla Legge), non possono ne' affermare la loro volonta' ne' contestare una struttura tutt'altro che "associativa", divenuta ormai di tipo "feudale", con vassalli, valvassori, valvassini e... servi della gleba.
Chi sono questi "servi della gleba" ?
I Soci, naturalmente, che non casualmente ho sentito in Consiglio Direttivo definire da te come "parco buoi", dal Direttore Responsabile di "Radio Rivista" Pesce - che e' anche Vice Presidente dell'ARI - come "peones" e dal Segretario Generale Ambrosi come "quelle teste di c...", senza che nessun altro dei consiglieri presenti si unisse a me ed all'ex Presidente del Collegio Sindacale Zappani nel manifestare indignazione e protesta.
L'ARI, insomma, non e' piu' di tutti i Soci ma bensi' nelle mani di quei pochi che appartengono al "gruppo di potere" e di quei meno pochi che ad esso sono in vario modo legati e supini ai suoi voleri.
Tutto cio' e' possibile anche grazie all'ignoranza nella quale gli appartenenti all'esecutivo centrale e periferico vengono evidentemente mantenuti, nonostante che il Vice Presidente La Pesa - che si e' assunto il compito di coordinare i Comitati Regionali - svolga la professione di avvocato.
In generale, e soprattutto nel "gruppo di potere", le motivazioni contrastano con l'interesse dell'ARI, "associazione" intesa come espressione di volonta' collettiva, ed assumono la connotazione di interessi personali volti alla tutela o del proprio profitto economico o delle proprie velleita' di potere o di entrambi.
Esempi clamorosi non ne mancano: consiglieri che si scambiano reciprocamente il poco gratificante titolo di "ladro" (Vollero e Miceli) si rivelano poi d'accordo nel vietare ai Soci la liberta' di pensiero e di espressione, mentre i due veri "padrini" dell'ARI (Pesce e Martinucci, titolari l'uno del "verbo", mediante la sua doppia funzione di Direttore Responsabile di "Radio Rivista" - la retribuzione per questo incarico, vietata dallo Statuto (Art.31) e nuovamente vietata dal Regolamento (Art.11.7), gli viene corrisposta dall'Ediradio S.r.l. - e di Vice Presidente dell'ARI , e l'altro del "pecunio", grazie alla sua doppia funzione di Segretario Amministrativo dell'ARI - un "dipendente", se cosi' si puo' dire viste l'autonomia e l'intangibilita' di cui gode - e di factotum dell'Ediradio S.r.l., cui viene corriposta una retribuzione da entrambe le strutture) manifestano totale omogeneita' di interessi pur essendo da anni "nemici per la pelle".
Altrettanto poco edificanti esempi si colgono in genere nella gestione dell'ARI, guidata da Consiglieri che - te compreso - appaiono motivati principalmente da ambizioni forse superiori alle loro effettive capacita'.
Se queste motivazioni possono essere umanamente comprensibili, non sono tuttavia accettabili perche' si esprimono in atti antitetici rispetto ai doveri di chi abbia accettato di dirigere l'ARI in nome dei Soci, elettori in un referendum postale assai probabilmente illecito, che non e' stato in passato esente da sospetti di brogli e che impedisce ogni verifica degli operati ed ogni manifestazione di democrazia diretta.
E' in questa ottica che, a mio avviso, deve essere valutato l'accanimento con cui il "gruppo di potere", cui non ti ritengo certo estraneo, si oppone ostinatamente alla liberta' di aggregazione e di informazione dei Soci: da soggetti passivi delle loro decisioni questi potrebbero voler riprendere il controllo dell'ARI e far finire un inglorioso dominio, come avvenne - purtroppo pero' senza risultati definitivi - nel luglio 1982.
D'altronde il "gruppo di potere" si sente penalmente e civilmente al sicuro: da una parte opera all'ombra di uno Statuto che ha valore di Legge - e che percio' nessuno, erroneamente, finisce con l'impugnare invece nelle modalita' di attuazione - e dall'altra dalla natura di "associazione riconosciuta" dell'ARI che elimina ogni responsabilita' personale degli amministratori.
Una sensazione d'impunita' ambigua ed inopportuna, che ha permesso l'adozione di molte delibere o decisioni difficilmente giustificabili: fra queste, la rinuncia ad accertare le responsabilita' ed a tentare cosi' un'azione di recupero delle decine di milioni svanite nel nulla per la manifestazione IARU di Cefalu' del 1984, l'aumento della quota 1989 senza il supporto di una delibera consiliare valida, la presentazione del bilancio 1987 alla Assemblea Ordinaria senza che questo avesse l'approvazione del Presidente del Collegio Sindacale Zappani, poi dimessosi - guarda caso ! - per l'impossibilita' di svolgere il suo mandato a causa dell'ostracismo del "gruppo di potere".

3) MI DIMETTO DA CONSIGLIERE DELL'ARI: IN TERZO LUOGO PERCHE' VIENE RESA INOPERANTE OGNI TUTELA DEL MIO DISSENSO DAL "GRUPPO DI POTERE".
Stante la situazione sopra decritta, mi dimetto per due ulteriori ragioni.
La prima e' che non voglio essere - mio malgrado - coinvolto: "l'inadempimento o il cattivo adempimento di un dovere degli amministratori deve essere la causa diretta del danno che l'associazione ha subito: in questo caso gli amministratori che hanno partecipato all'atto che ha causato il danno o che, anche se non vi hanno partecipato, non hanno fatto constatare il proprio dissenso, sono solidalmente responsabili e dovranno risarcire il danno che hanno arrecato all'ente" (op. cit., p.18) .
Non ho mai taciuto il mio dissenso ma non mi sembra una garanzia sufficiente quella offerta da verbali pubblicati "in estratto", spesso con una rappresentazione dei fatti distorta dal redattore, ed i cui originali se scritti su computer si possono modificare e se su carta si possono far sparire.
La seconda e' che se seguitassi a far parte del Consiglio Direttivo - pur sapendo cio' che ne motiva le azioni e lo rende impermeabile ad ogni processo autocritico - mi sembrerebbe di tradire la fiducia dei Soci e di avallare l'esistenza del "gruppo di potere" costituitosi a loro insaputa ed a loro danno.
Preferisco dimettermi e tornare a combattere fra loro.

4) MI DIMETTO DA CONSIGLIERE DELL'EDIRADIO S.r.l. PERCHE' QUESTA E' STATA STRUMENTALIZZATA E, ANZICHE' A FAVORE DEI SOCI, OPERA A FAVORE DEL "GRUPPO DI POTERE".
Questa societa' nacque con l'intento di scorporare l'attivita' di tipo economico svolta dall'ARI da quella legata a scopi scientifici e culturali. L'iniziativa e' stata lodevole in quanto, tra l'altro, consente di recuperare a favore dei Soci una notevole somma di IVA che la natura di ente non lucrativo faceva andare dispersa.
Purtroppo le cose sono andate peggiorando e sono giunte ben lungi da questi "lodevoli intenti": adesso l'Ediradio S.r.l. e' diventata una pedina assai utile al "gruppo di potere".
Prova ne sia il fatto che il suo bilancio, nonostante le richieste dell'Assemblea Ordinaria - che non e', ma dovrebbe essere, un "organo sovrano" - non e' stato mai stato esibito ai Soci dell'ARI, forse per non turbarne il sonno tranquillo e... prezioso !
In questa situazione - vista l'inefficacia della mia opposizione e l'autonomia di cui si e' fregiato il suo Presidente La Pesa, che e' anche Vice Presidente dell'ARI, ed in base alla quale le riunioni vengono indette solo una volta ogni tanto - ho deciso di non voler avallare con la mia presenza l'attuale orientamento gestionale, che reputo quanto meno "clientelare" nonche' estraneo al primario interesse dei Soci, ed ho rassegnato le mie dimissioni.

5) COSA POSSIAMO FARE COME SOCI ?
Niente di illegale, anzi tutt'altro: cercare di ottenere che l'ARI si attui non nel rispetto delle sue "leggi" ma nel rispetto delle Leggi che lo Stato pone a tutela dei suoi cittadini - anche di quelli Soci dell'ARI - e torni ad essere patrimonio ideale e punto d'incontro di tutti i Radioamatori italiani.
Fra un mese si svolgera' quella Assemblea Ordinaria, inefficace ed illegittima, che dovrebbe invece definire le strategie associative; fra un anno ci saranno quelle elezioni per referendum postale, illegali e pilotate tramite "Radio Rivista", che dovrebbero invece consentire ai Soci di scegliere chi queste strategie debba promuovere ed attuare.
Cosi' avverra', se non interverranno mutamenti significativi ma per ora del tutto imprevedibili, e sara' un fatto gravissimo perche' non si puo' ne' si deve permettere che i Soci siano impediti dall'esercitare i diritti di cui sono titolari e per i quali pagano quote che, di fatto, servono invece allo scopo opposto.
Deve essere percio' reso ai Soci il diritto di costituirsi legittimamente in Assemblea e di decidere liberamente chi eleggere a rappresentarli.
Non sara' possibile raggiungere questo obiettivo che seguendo le due strade prescritte dalla Legge: il ricorso alla magistratura ordinaria competente (il Tribunale di Milano) - per ottenere la convocazione d'ufficio di un'Assemblea Ordinaria dei Soci - ed il ricorso al Ministro delle Poste e Telecomunicazioni, l'autorita' governativa che la Legge vuole come garante dei diritti dei terzi che con l'attivita' siano a qualsiasi titolo interessati (a proposito, ma dov'e' finito quel Dr. Tormenta, nono consigliere con funzioni ispettive nominato dal Ministero P.T., che - almeno nei due anni in cui sono stato consigliere - non e' mai venuto alle riunioni del Consiglio Direttivo ?).
Questa e' la direzione in cui ritengo sia necessario muoversi, ed in cui intendo muovermi come Socio. Confido che cio' possa dare l'avvio ad un processo di rinnovamento ormai inevitabile ed improcrastinabile, senza il quale i Radioamatori italiani Soci dell'ARI vedrebbero perpetuarsi il loro stato di "servi della gleba".
Ma c'e' anche un altro importante motivo per pretendere, con un cambiamento radicale, una rinnovata partecipazione dei Soci al governo dell'ARI e, con essa, una piena liberta' di accesso a Radio Rivista: l'ARI ha finora inteso (il ripensamento implicito a questa funzione da te espresso nell'editoriale pubblicato su "Radio Rivista" 4/89 lascia piu' intendere una mancanza di capacita' che di volonta') rappresentare tutti i Radioamatori italiani, arrogandosi un diritto di primogenitura nei confronti delle istituzioni.
Espressione di questa intenzione (che allo stato attuale delle cose e' ridicola presunzione) e' il fatto di essere la sola rappresentante italiana della IARU e quindi di avere il monopolio della distribuzione delle QSL, un elemento che di fatto si fa coercitivo nei confronti delle opposizioni: chi e' fuori dall'ARI non le riceve e cio' riduce molti al silenzio.
Ma non deve essere il monopolio sulle QSL a dare forza all'ARI che, se fosse veramente diversa e degna delle sua tradizioni, avrebbe di per se pieno titolo a questo proposito.
Ne' e' auspicabile che essa diventi una struttura di serie C, perche' cio' sarebbe contrario all'interesse dei Radioamatori italiani - Soci e Non Soci - e potrebbe far proseguire una corsa suicida verso il deprezzamento dei loro innumerevoli meriti storici e delle loro innegabili potenzialita' attuali e future.
Si rende quindi necessario un processo dialettico ampio e approfondito, del quale sia espressione concreta un'ARI pienamente inserita nel contesto sociale e ad esso utile, ricca di fermenti interni che ne assicurino la crescita continua.
La situazione attuale e' del tutto diversa, come mi sono sforzato di analizzare e di spiegare; se questa dovesse perpetuarsi, non ci sara' modo di uscire dal vicolo cieco del conformismo e del qualunquismo in cui l'ARI e' stata cacciata dall'attuale "gruppo di potere".
Lo confermi - involontariamente - tu stesso nell'editoriale prima citato, quando affermi che le altre associazioni, quasi tutte nate negli ultimi anni e quindi sotto la tua presidenza, "... nascono per la esclusione o per le dimissioni di qualche nostro socio [notare la "s" minuscola !, n.d.r.] in conseguenza di contrasti o divergenze sorte in seno al nostro Sodalizio.".
Un "Sodalizio" in cui, evidentemente, non c'e' spazio per nessun confronto di idee, dove i contrasti e le divergenze portano irrimediabilmente alla esclusione o alle dimissioni, volontarie o forzate.
Mi sia permesso di affermare che la tua ingenuita' - o che altro sia - e' disarmante, ma deleteria per gli interessi dell'intera categoria dei Radioamatori italiani, visto che dovresti - da troppi anni - rappresentarli.
Non sono il solo a crederlo: ho infatti qui sul tavolo la fotocopia di una lettera indirizzata da Giulio Salom (Presidente Onorario dell'ARI !) a Manuel Calero - uno di quegli ex Soci, "dimessi obbligatoriamente" perche' dissenzienti (nella Russia staliniana sarebbero finiti in manicomio e, se potesse, forse ce li manderebbe anche il "gruppo di potere" dell'ARI...) - che dice "Sono d'accordo nella tua valutazione di certi personaggi che ben conosciamo e tieni presente che gli individui da te menzionati come persone di malaffare sono anche dei loschi profittatori che, finche' glielo sara' consentito e resteranno impuniti, mungono in varie forme e modi dalle casse dell'ARI, a spese di tutti i Soci.".
Potrebbe trattarsi di chiunque, e' vero, ma la lettera conclude "Andro' a Milano per la prossima riunione del Consiglio Direttivo per dire in faccia a chi se lo merita tutto il tuo disprezzo". Era il 10 agosto 1985, il Presidente eri anche allora tu.
Mi sembra che la voce autorevole di un pioniere ultraottantenne avalli degnamente la mia conclusione: gli organi dell'ARI - restituiti al controllo dei Soci - devono tornare a dare la massima attenzione all'individualita' dei Soci stessi e non alle quote da loro versate.
Termino questa mia lettera aperta augurandoti di poter credere nella mia sincera affezione alla Associazione, nel cui unico ed esclusivo interesse ho voluto scriverla, e di poter arrivare a condividere la mia battaglia affinche' ad ogni Socio sia consentito l'esercizio di quei diritti che gli spettano e che nessuno puo' violare, ne' te ne' chiunque altro.

Carlo Luigi Ciapetti - I5CLC
Socio ed ex Consigliere Nazionale della Associazione Radioamatori Italiani

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Sentenza di assoluzione dalla denuncia per diffamazione fattami dal Presidente Ortona
(cliccare qui per vedere l'originale)

PROCURA DELLA REPUBBLICA
PRESSO IL TRIBUNALE DI BOLOGNA

RICHIESTA DI ARCHIVIZIONE
- artt. 408/411 c.p.p., 125 e 126 D.Lv. 271/89 -

Al Giudice per le indagini preliminari
presso il Tribunale di Bologna

Il Pubblico Ministero DR. LIBERO MANCUSO SOSTITUTO

Visti gli atti del procedimento penale 389/90 nei confronti di CIAPETTI CARLO LUIGI iscritto nel registro delle notizie di cui all'art.335 comma 1 c.p.p. in data 24.01.1990

Le lettere che, a dire del querelante, conterrebbero estremi diffamatori, appaiono piuttosto come il libero esercizio di diritto di critica che spetta a chiunque come diritto fondamentale.
Peraltro l'autore di esse, CIAPETTI Carlo, articola meticolosamente i fatti che hanno portato alle sue dimissioni e fornisce di essi una spiegazione a suo giudizio logica.
La risposta ben avrebbe potuto essere una argomentata difesa piuttosto che una generica querela priva di qualsiasi riferimento a specifiche frasi dal contenuto offensivo.
Ciò perché il CIAPETTI non scade mai nella invettiva ingiuriosa ma si limita, come si e' detto, a costruire ragionamenti e deduzioni di assoluta correttezza formale sulla base dei fatti capitatigli.
Anche le affermazioni del querelante (12.03.1990) non inducono a ritenere diffamatorio un argomentare critico che mai trascende in offese gratuite od intrinsecamente ingiuriose.

Visti gli artt.408/411 c.p.p., 125 D.Lv. 271/89

CHIEDE

che il Giudice per le indagini preliminari in sede voglia disporre l'archiviazione del procedimento e ordinare la conseguente restituzione degli atti al proprio Ufficio.

(omissis)

Bologna, lì 4 Maggio 1990

IL PUBBLICO MINISTERO
DR. LIBERO MANCUSO (*)

(*) Il Dottor Libero Mancuso, estensore della sentenza, non è stato un magistrato qualsiasi...
Dopo aver svolto funzioni di Sostituto procuratore della Repubblica a Como, di Pretore civile, penale e del lavoro presso a Napoli, di giudice istruttore nonché di giudice civile e penale a Vallo della Lucania, fra il 1979 ed il 1983 fu sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Napoli dove si occupò di tutte le inchieste sul terrorismo e sulla criminalità organizzata. Trasferito a Bologna nei primi mesi del 1983, passò nel maggio 1994 alle funzioni giudicanti come Presidente della Corte d'assise di Bologna, di Presidente della II sezione penale del Tribunale e infine Presidente della Sezione del Tribunale della Libertà. Dal 1997 al 2001 è stato consulente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi, della Commissione sui problemi e sul sostegno delle vittime dei reati e della Commissione parlamentare d'inchiesta Mitrokin.